
Chips è un telefilm statunitense andato in onda dal 1977, per noi italiani dal 1981 sulle reti televisive Fininvest e nel corso degli anni è stata spesso riproposta da diverse emittenti ottenendo sempre un buon successo.
I due protagonisti sono Poncherello e Baker, coordinati da un burbero sergente.
Una combinazione di poliziesco e commedia leggera con frequenti inseguimenti per le autostrade americane.
Cips è dal 2012 il sistema di pagamento internazionale creato dalla Cina e che offre servizi di compensazione e regolamento ai suoi partecipanti prevalentemente in Renmimbi (RMB) la moneta locale cinese.
A marzo 2025, il CIPS contava 170 partecipanti diretti e 1.497 partecipanti indiretti. Tra i partecipanti indiretti, 1091 provengono dall’Asia (di cui 560 dalla Cina continentale), 260 dall’Europa, 59 dall’Africa, 34 dal Nord America, 33 dal Sud America e 20 dall’Oceania. Parliamo quindi di oltre 4900 istituti bancari di 186 paesi e regioni in tutto il mondo.
La Cina quindi da tempo agisce, e lo fa con molto impegno, con l’obiettivo di liberare se stessa e i Paesi Brics dalle catene imposte dal sistema di regolamenti internazionale Swift. Il suo sistema garantisce i pagamenti in un solo giorno (anziché i tre giorni di Swift), è molto più economico e ha degli standard di sicurezza più alti.
Molti commentatori vedono tutto questo come un contributo alla de-dollarizzazione degli scambi nel Mondo.
Eppure sembra più probabile che la Cina non intenda sostituire affatto il dollaro, bensì costruirsi una alternativa finanziaria che le consenta di operare in caso di “separazione totale dall’Occidente”.
Ricordiamoci che parliamo di un Paese in cui i movimenti di capitale verso l’estero sono strettamente controllati, che mantiene il renmimbi molto vicino al dollaro e produce oro e ne acquista continuamente dall’estero.
E da qualche tempo anche altri paesi emergenti stanno riallocando le proprie riserve, vendendo dollari e titoli di stato americani per spostarsi sull’oro, che sembra diventato oggi il principale “porto sicuro”! Ciò è desumibile chiaramente dalla sua quotazione: ci ha impiegato 14 anni (2009-2023) per aumentare da 1.000 a 2.000 dollari l’oncia, e meno di un anno e mezzo da 2.000 a 3.500.
Per noi risparmiatori si pone dunque il quesito se approfittare o meno di questo trend, investendovi. La risposta è bene lasciarla agli esperti: nel mercato esistono strumenti finanziari da loro gestiti, che prevedono la possibilità di investire in oro (e altre materie prime) con limiti ben precisi. Dunque, affidiamoci!
“Non puoi fermare le onde, ma puoi imparare a navigare.”
Jon Kabat-Zinn
