Non s’ha da fare

E’ passato qualche mese da quando Trump si è insediato alla Casa Bianca e sono stati tra i mesi più volatili per lo S&P500 dal 1974 ad oggi.

Nella sola prima settimana di aprile – a causa dell’innalzamento spregiudicato dei dazi sulle importazioni – il principale indice della Borsa americana ha registrato una diminuzione dell11%, analoga a quanto accaduto nella settimana del fallimento di Lehman Brothers nel 2008 e in quella dell’attentato alle Torri Gemelle nel 2001.

Trump, che aveva minacciato un “balzello” del 145% sui prodotti cinesi (i quali avevano a loro volta risposto con un 125% su quelli americani) ieri ha rimandato per una altra volta di 90 giorni ogni decisione. E con gli altri Paesi sta mostrando disponibilità a trattare su livelli molto più bassi, come dimostra l’accordo firmato ieri con l’Europa dove i dazi sono stati fissati al 15%.

Si confermerebbe quindi che l’avversario più “grosso” sia in verità la Cina e la trattativa estremamente lunga e difficile. Una trattativa che interessa tutti poiché il blocco di merci, servizi e persone riveniente da una possibile guerra commerciale tra USA e CINA penalizzerebbe tutti.
Insomma tra USA e CINA “il divorzio non s’ha da fare” ed in generale sarebbe da dire: “il dazio non s’ha da mettere”.

Perché in realtà nessuno ha interesse a mettere dei dazi, neanche gli americani.

Risulta un ottimo esempio di questo la scarpa Nike: made in Asia e venduta negli USA.

Secondo una vecchia ma ancora valida analisi di Sole Review del 2016, fatto 100 dollari il valore di vendita di un paio di scarpe Nike:

– 12,5 dollari è il prezzo di fabbrica del produttore asiatico;

– 29,5 dollari tutti gli altri costi di produzione, assicurazione, trasporto, dogana, marketing;

– 50 dollari è quanto si trattengono i grossisti e i negozianti americani per la vendita della scarpa;

– 7 dollari il profitto lordo che resta a Nike, e tolti 2 dollari di tasse rimangono solo 5 dollari di utile netto.

L’introduzione di un dazio (tariffa doganale) del 30% va ad erodere completamente l’utile di Nike che, per sopravvivere, non avrebbe altra scelta che aumentare il prezzo di vendita finale a carico dei consumatori.

Questo esempio ci aiuta a capire che ormai da tempo noi “Paesi Sviluppati” abbiamo abbandonato la produzione di beni di poco valore come le scarpe, esternalizzandone la produzione nei “Paesi in via di sviluppo dove la manodopera costa poco, e ci siamo concentrati su ruoli di maggior valore come il design, il branding e il marketing, e la commercializzazione.

Questo modello di sviluppo permette alle aziende come la Nike di offrire ai consumatori una scarpa ad un prezzo accessibile, e il grosso del guadagno, l’87,5% nel nostro esempio, sotto varie forme, rimane sempre negli USA.

Ironicamente produrre le Nike direttamente in fabbriche negli Stati Uniti aumenterebbe mostruosamente il prezzo in negozio e farebbe crollare la domanda di scarpe Nike con conseguente perdita di tanti posti di lavoro nei settori della vendita al dettaglio, del design, del marketing, etc.

BOH!

In momenti di simile incertezza noi risparmiatori dobbiamo rimanere focalizzati sul nostro orizzonte temporale, evitando “condizionamenti esterni”: in fondo la storia ci insegna che tutto si supera.

Quando tutto va bene, qualcosa andrà male.”

Seconda legge di Chisolm (Arthur Bloch)

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